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La Chiesa Madre “vigila” su piazza san Pietro

 

   La nostra Chiesa Madre dedicata a Maria SS. Immacolata è di origine antichissima. Conservò il rito greco fino al pontificato di papa Sisto IV (fine XV sec.). Cominciata a ricostruire nel 1633, da Parrocchia fu elevata a Collegiata, durante l’arciepiscopato di mons. Gabriele Adarzo De Santander, con Bolla Apostolica di papa Alessandro VII del 18 dic. 1663. In questa Collegiata vi erano 16 Canonici, di cui 5 dignità Capitolari: Preposito, Arcidiacono, Decano, Primicerio, Cantore; ai Canonici vi erano annessi 44 presbiteri della Ricettizia. La Collegiata aveva insegne distinte e in essa erano ammessi solo presbiteri Galatinesi. L’Arciprete non era compreso nel numero del Capitolo, né era una dignità, ma semplice Parroco, ed il primo tra i Presbiteri della Ricettizia. Il numero dei Presbiteri della Ricettizia fu poi diminuito a 24 partecipanti. Con lo statuto dell’arcivescovo mons. Raffaele Calabria, del 4 nov. 1959, il Capitolo constava di 12 canonici e le dignità erano 3: Preposito-Parroco, Arciprete, Decano. Uffici dei canonici erano: cantore, cerimoniere, segretario, puntatore, procuratore.

Interno della chiesa dopo i restauri

Interno della chiesa dopo i restauri

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   La chiesa è a tre navate: in quella destra, attualmente, esistono quattro grandi tele, il cui titolo è quello stesso al quale è dedicato il corrispondente altare. Queste sono: l’Assunzione (sec. XVII), l’Addolorata (sec. XIX), le Stimmate di San Francesco (fine sec. XVI) e San Giuseppe (opera del 1879 di R. Maccagnani). Le quattro tele della navata sinistra, sempre partendo dal fondo della chiesa e procedendo verso il presbiterio, sono rispettivamente: la Madonna del Rosario, secondo una iconografia non molto consueta; la Crocifissione di San Pietro (della seconda metà del XVII secolo, del galatinese Pietro Picca, attivo anche a Galàtone); l’Immacolata, rappresentata anche questa in uno dei primi esempi pugliesi di questa tipologia iconografica (1580), e la Vergine del Carmine e delle Anime purganti. Anche sulle due pareti laterali del coro si trovano altre due tele di grandi dimensioni, ad olio, entrambe di scuola napoletana, risalenti alla seconda metà del secolo XVII e collocate in ricca cornice di legno intagliata e dorata: a destra, la Consegna delle chiavi a S. Pietro, e a sinistra, la Sacra Famiglia.

   Anche nella sagrestia sono collocate delle pregevoli tele, alcune di grandi dimensioni, ad olio. Una di esse, chiusa in cornice artistica di legno intagliato e dorato, adorna di fregi, festoni, uccelli e teste di serafini dorati su fondo verde, rappresenta la Vergine seduta su un nimbo di nuvole, nell’atto di abbracciare il Bambino che sta in piedi alla sua sinistra e solleva verso l’alto la sua manina, in una ghirlanda di serafini osannanti, e con alcune figure genuflesse, oranti, collocate nella parte inferiore. È (mt. 1 x 1,25) della seconda metà del secolo XVI ed è di scuola napoletana. Un’altra tela, identica alla precedente nelle misure, è quella del Redentore: Gesù appare a mezza figura, vestito di una tunica rossa e di un mantello scuro, raffigurato con la destra alzata in atto di benedizione. Possibile attribuzione a scuola romana del ‘700. Ancora un’altra tela sulla Madonna, raffigurante l’Immacolata e Santi: la Vergine, vestita di bianca tunica e di un manto celeste, è in piedi su un nimbo di nuvole. Intorno a questa figura una festa di cherubini con i simboli della Passione. In primo piano due santi: a sinistra, S. Giovanni Battista, in un manto scarlatto e, a terra, la canna crociata; a destra, S. Giovanni Evangelista, inginocchiato, in tunica azzurra e mantello giallo, nell’atto di scrivere sul Libro. Per questa tela si parla di possibile attribuzione alla bottega di Oronzo Tiso di Lecce (1730-1800). Un’altra tela, soprattutto di maggiore interesse storico, è quella raffigurante l’arcivescovo Stefano Pendinelli, che subì il martirio nella cattedrale di Otranto nel 1480.